Sembra indiscutibile che la pipa sia nata come strumento destinato a fini rituali e cultuali.
Se dobbiamo prestar fede a Erodoto (libro IV delle Storie), sappiamo che già le tribù della
Scizia aspiravano i fumi di erbe inebrianti a scopo rituale.
Per quanto ne so, la notizia dataci dallo storico ellenico
costituisce la prima testimonianza scritta di simili usanze, almeno fra quelle
pervenuteci.
Le cosiddette “pipe delle fate” rinvenute nell’area celtica,
se autentiche, confermerebbero l’ipotesi che l’uso del fumo cultuale doveva
essere diffuso in tutta la regione indoeuropea.
E non solo in essa, dal momento che, secondo alcune
testimonianze, gli sciamani siberiani usano ancor oggi inalare fumi
allucinogeni, per raggiungere un più intimo contatto con la divinità.
Il medioevo cristiano cercò di cancellare in Europa ogni
traccia di simili rituali pagani.
Li ritroviamo descritti da Colombo e dai suoi biografi,
oltre che nelle cronache dei viaggiatori spagnoli del XV secolo.
Il risveglio dell’interesse etnografico tipico del Rinascimento
portò un certo numero di autori a interessarsi alle usanze rituali delle culture
amerinde, le quali prevedevano un largo uso del fumo a scopi magicoreligiosi.
Contrariamente agli Sciti e ai popoli dell’Eurasia, i
precolombiani utilizzavano le foglie di una pianta indigena, il tabacco, che i viaggiatori
spagnoli si affrettarono a portare in patria.
In Europa, il tabacco perse subito il suo precipuo valore
cultuale, divenendo dapprima specialità medicinale, poi semplice erba voluttuaria.
Nel corso del XVII e del XVIII secolo, molti sovrani europei
emanarono editti (regolarmente disattesi) contro la diffusione del fumo di
tabacco, prima di capire che la sua coltivazione e il suo commercio potevano
costituire una fonte di reddito per le finanze dello stato.
Bisogna aspettare un sovrano europeo cresciuto nel clima
dell’Illuminismo, e perciò tollerante, per vedere riabilitato l’uso della pipa:
parliamo di quel Federico il Grande, re di Prussia (1712-1786), che accolse
alla sua corte sommi musicisti (uno fra i tanti: Carl Philip Emanuel Bach) e
filosofi come Voltaire.
Le prime avvisaglie di un ritorno all’uso “rituale” della
pipa si possono riscontrare, non senza fatica, nel periodo napoleonico.
La “bouffarde”, che per il soldato francese era compagna
inseparabile, costituiva un momento di riposo, di meditazione, di fuga dalla
realtà.
Durante le marce più estenuanti, Napoleone, che pure non
fumava, non mancava mai di concedere ai suo i fidi alcuni minuti di sosta per
fumare la pipa, favorendo così la formazione di un’usanza reiterata, e quindi
ritualizzata.
Il grande balzo verso il recupero dell’uso cultuale della
pipa si ha nel XIX secolo, gli ultimi anni del quale vedono il diffondersi
della sigaretta, che gradatamente si impone in tutto il mondo occidentale per raggiunge
ben presto il massimo della sua diffusione.
La pipa, troppo scomoda, ingombrante e laboriosa da
caricare, viene relegata a un uso secondario, mantenendo una massiccia
diffusione solo nelle zone rurali o culturalmente e socialmente isolate.
Nel pipatore moderno confluiscono dunque due filoni
principali.
Il primo filone è quello “borghese” che, dall’inizio del
Novecento, porta a considerare la pipa come mezzo di distinzione e promozione
sociale, in quanto destinata a coloro che “hanno il tempo” di occuparsene.
In questo senso la pipa è “status-symbol” e il suo uso
costituisce la ritualizzazione di un comportamento socioculturale in grado di
connotare in maniera inequivocabile il fumatore come appartenente a una classe
agiata.
Un secondo filone, parallelo al primo e compresente nel
fumatore di oggi, è quello che potremmo definire “rurale” o “rustico”.
Essendo la pipa il modo di fumare tipico delle classi
rurali, il moderno pipatore partecipa agli altri il suo desiderio di “riscoperta
dei valori autentici”.
In quest’ottica, la dicotomia pipa/sigaretta riproduce
semiologicamente il divario esistente fra mondo contadino (con tutte le sue
buone qualità e i suoi attributi di pace, saggezza e bucolica contemplazione, prerogative
tipiche non tanto del mondo contadino in sé stesso, quanto dell’immagine che di
esso ha l’abitante della città industriale) e cultura urbana, connotata come
frenetica, caotica e alienante.
In questa dimensione l’uso, o meglio il culto, della pipa
rappresenta il culto di valori opposti a quelli che l’urbanesimo ci propone.
Che poi anche la “riscoperta dei valori autentici” sia
diventata uno status-symbol della moderna borghesia urbana è un diverso
discorso, che, se non altro, ci aiuta a capire – almeno in parte – la
diffusione che la pipa ha avuto negli anni immediatamente successivi al “boom”
economico, soprattutto nel Nord industriale e nei grossi agglomerati urbani.
La pubblicità stessa di quegli anni ci presentava la pipa sotto
questo duplice aspetto, mostrandocela ora come complemento di ambienti raffinati
e di classe, ora come compagnona fidata dell’homo rusticus.
Una doppia connotazione che forse ci aiuta a rispondere alla
domanda iniziale: accanto all’aspetto puramente voluttuario del fumo di
tabacco, la pipa ancora conserva una sua funzione rituale, non solo come segno
di appartenenza e di adesione a un determinato modo di pensare, ma anche (soprattutto
grazie alla lentezza delle procedure e alla meticolosità necessaria a caricarla
e accenderla correttamente) come strumento di meditazione, rilassamento e
“comunione con gli dèi”.
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