venerdì 5 giugno 2020

La pipa: ancora un fatto rituale?


Sembra indiscutibile che la pipa sia nata come strumento destinato a fini rituali e cultuali.
Se dobbiamo prestar fede a Erodoto (libro IV delle Storie), sappiamo che già le tribù della Scizia aspiravano i fumi di erbe inebrianti a scopo rituale.
Per quanto ne so, la notizia dataci dallo storico ellenico costituisce la prima testimonianza scritta di simili usanze, almeno fra quelle pervenuteci.
Le cosiddette “pipe delle fate” rinvenute nell’area celtica, se autentiche, confermerebbero l’ipotesi che l’uso del fumo cultuale doveva essere diffuso in tutta la regione indoeuropea.
E non solo in essa, dal momento che, secondo alcune testimonianze, gli sciamani siberiani usano ancor oggi inalare fumi allucinogeni, per raggiungere un più intimo contatto con la divinità.
Il medioevo cristiano cercò di cancellare in Europa ogni traccia di simili rituali pagani.
Li ritroviamo descritti da Colombo e dai suoi biografi, oltre che nelle cronache dei viaggiatori spagnoli del XV secolo.
Il risveglio dell’interesse etnografico tipico del Rinascimento portò un certo numero di autori a interessarsi alle usanze rituali delle culture amerinde, le quali prevedevano un largo uso del fumo a scopi magico­religiosi.
Contrariamente agli Sciti e ai popoli dell’Eurasia, i precolombiani utilizzavano le foglie di una pianta indigena, il tabacco, che i viaggiatori spagnoli si affrettarono a portare in patria.
In Europa, il tabacco perse subito il suo precipuo valore cultuale, divenendo dapprima specialità medicinale, poi semplice erba voluttuaria.
Nel corso del XVII e del XVIII secolo, molti sovrani europei emanarono editti (regolarmente disattesi) contro la diffusione del fumo di tabacco, prima di capire che la sua coltivazione e il suo commercio potevano costituire una fonte di reddito per le finanze dello stato.
Bisogna aspettare un sovrano europeo cresciuto nel clima dell’Illuminismo, e perciò tollerante, per vedere riabilitato l’uso della pipa: parliamo di quel Federico il Grande, re di Prussia (1712-1786), che accolse alla sua corte sommi musicisti (uno fra i tanti: Carl Philip Emanuel Bach) e filosofi come Voltaire.
Le prime avvisaglie di un ritorno all’uso “rituale” della pipa si possono riscontrare, non senza fatica, nel periodo napoleonico.
La “bouffarde”, che per il soldato francese era compagna inseparabile, costituiva un momento di riposo, di meditazione, di fuga dalla realtà.
Durante le marce più estenuanti, Napoleone, che pure non fumava, non mancava mai di concedere ai suo i fidi alcuni minuti di sosta per fumare la pipa, favorendo così la formazione di un’usanza reiterata, e quindi ritualizzata.
Il grande balzo verso il recupero dell’uso cultuale della pipa si ha nel XIX secolo, gli ultimi anni del quale vedono il diffondersi della sigaretta, che gradatamente si impone in tutto il mondo occidentale per raggiunge ben presto il massimo della sua diffusione.
La pipa, troppo scomoda, ingombrante e laboriosa da caricare, viene relegata a un uso secondario, mantenendo una massiccia diffusione solo nelle zone rurali o culturalmente e socialmente isolate.
Nel pipatore moderno confluiscono dunque due filoni principali.
Il primo filone è quello “borghese” che, dall’inizio del Novecento, porta a considerare la pipa come mezzo di distinzione e promozione sociale, in quanto destinata a coloro che “hanno il tempo” di occuparsene.
In questo senso la pipa è “status-symbol” e il suo uso costituisce la ritualizzazione di un comportamento socioculturale in grado di connotare in maniera inequivocabile il fumatore come appartenente a una classe agiata.
Un secondo filone, parallelo al primo e compresente nel fumatore di oggi, è quello che potremmo definire “rurale” o “rustico”.
Essendo la pipa il modo di fumare tipico delle classi rurali, il moderno pipatore partecipa agli altri il suo desiderio di “riscoperta dei valori autentici”.
In quest’ottica, la dicotomia pipa/sigaretta riproduce semiologicamente il divario esistente fra mondo contadino (con tutte le sue buone qualità e i suoi attributi di pace, saggezza e bucolica contemplazione, prerogative tipiche non tanto del mondo contadino in sé stesso, quanto dell’immagine che di esso ha l’abitante della città industriale) e cultura urbana, connotata come frenetica, caotica e alienante.
In questa dimensione l’uso, o meglio il culto, della pipa rappresenta il culto di valori opposti a quelli che l’urbanesimo ci propone.
Che poi anche la “riscoperta dei valori autentici” sia diventata uno status­-symbol della moderna borghesia urbana è un diverso discorso, che, se non altro, ci aiuta a capire – almeno in parte – la diffusione che la pipa ha avuto negli anni immediatamente successivi al “boom” economico, soprattutto nel Nord industriale e nei grossi agglomerati urbani.
La pubblicità stessa di quegli anni ci presentava la pipa sotto questo duplice aspetto, mostrandocela ora come complemento di ambienti raffinati e di classe, ora come compagnona fidata dell’homo rusticus.
Una doppia connotazione che forse ci aiuta a rispondere alla domanda iniziale: accanto all’aspetto puramente voluttuario del fumo di tabacco, la pipa ancora conserva una sua funzione rituale, non solo come segno di appartenenza e di adesione a un determinato modo di pensare, ma anche (soprattutto grazie alla lentezza delle procedure e alla meticolosità necessaria a caricarla e accenderla correttamente) come strumento di meditazione, rilassamento e “comunione con gli dèi”.

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