sabato 16 maggio 2020

C'era una volta lo scovolino


Quasi ogni estate, durante le vacanze, Claudia ed io trascorriamo una giornata o due in Valtournenche.
Non solo per motivi affettivi (è la vallata d’origine della mia metà materna), non solo per la possibilità di gite ed escursioni, ma anche perché a Valtournenche capoluogo c’è un negozio di arredamento e complementi d’arredo al quale ci è impossibile resistere.
Il problema è che ci piacciono le stesse cose, e quando io (che nella coppia sono il più spendaccione) propongo un acquisto folle, Claudia è incapace di fermarmi.
Tanto che abbiamo deciso di andare a Valtournenche almeno un anno sì e uno no, per evitare di dissestare le finanze familiari.
Quando siamo sul posto, ci spingiamo spesso fino a Cervinia, l’ultimo centro abitato alla testata di valle.
In realtà lo facciamo solo per dare un’occhiata al Cervino.
Per il resto, odio Cervinia (e Claudia pure), con i suoi palazzoni assurdi, i suoi locali snob, i bar pieni di foto di vip e personaggi famosi (a cominciare da Mike Bongiorno, che fu il suo più celebre frequentatore), l’opulenza ostentata che dimostra come il denaro e il profitto possano devastare uno dei paesaggi più suggestivi al mondo.
Ok, bando alle divagazioni.

Trovandomi appunto a Cervinia, e pensando che in quella Milano d’alta quota avrei trovato negozi un po’ più forniti di quelli del villaggio dove trascorro l’estate, entrai in una tabaccheria e chiesi un pacchetto di scovolini.
“De che!?” mi apostrofò in perfetto romanesco il bottegaio.
Non sapeva neppure di che cosa stessi parlando.
In effetti, trovare un pacchetto di scovolini è oggi un’impresa non facile.

E pensare che – fino alla fine degli anni Novanta – se ne trovavano di tutti i tipi: con l’anima in ferro o in acciaio (differenza mica da ridere: quelli con l’anima di acciaio non si piegano malamente quando li si infila nel bocchino), con setole morbide o leggermente abrasive, cilindrici o “a coda di topo” per penetrare meglio all’interno dei bocchini più stretti.
C’erano anche quelli di lunghezza doppia, per le pipe modello Curchwarden.
Non so, sinceramente, se tutte queste varianti esistano ancora da qualche parte.

Ma se continua così, finirò per pulire la pipa come faceva mio nonno, che accartocciava con pazienza un rotolino di carta di giornale, per poi infilare quel salamino lungo e sottile nel bocchino e nel cannello della pipa, rigirandolo più e più volte fino a quando non ne usciva pulito.

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