venerdì 5 giugno 2020

La pipa: ancora un fatto rituale?


Sembra indiscutibile che la pipa sia nata come strumento destinato a fini rituali e cultuali.
Se dobbiamo prestar fede a Erodoto (libro IV delle Storie), sappiamo che già le tribù della Scizia aspiravano i fumi di erbe inebrianti a scopo rituale.
Per quanto ne so, la notizia dataci dallo storico ellenico costituisce la prima testimonianza scritta di simili usanze, almeno fra quelle pervenuteci.
Le cosiddette “pipe delle fate” rinvenute nell’area celtica, se autentiche, confermerebbero l’ipotesi che l’uso del fumo cultuale doveva essere diffuso in tutta la regione indoeuropea.
E non solo in essa, dal momento che, secondo alcune testimonianze, gli sciamani siberiani usano ancor oggi inalare fumi allucinogeni, per raggiungere un più intimo contatto con la divinità.
Il medioevo cristiano cercò di cancellare in Europa ogni traccia di simili rituali pagani.
Li ritroviamo descritti da Colombo e dai suoi biografi, oltre che nelle cronache dei viaggiatori spagnoli del XV secolo.
Il risveglio dell’interesse etnografico tipico del Rinascimento portò un certo numero di autori a interessarsi alle usanze rituali delle culture amerinde, le quali prevedevano un largo uso del fumo a scopi magico­religiosi.
Contrariamente agli Sciti e ai popoli dell’Eurasia, i precolombiani utilizzavano le foglie di una pianta indigena, il tabacco, che i viaggiatori spagnoli si affrettarono a portare in patria.
In Europa, il tabacco perse subito il suo precipuo valore cultuale, divenendo dapprima specialità medicinale, poi semplice erba voluttuaria.
Nel corso del XVII e del XVIII secolo, molti sovrani europei emanarono editti (regolarmente disattesi) contro la diffusione del fumo di tabacco, prima di capire che la sua coltivazione e il suo commercio potevano costituire una fonte di reddito per le finanze dello stato.
Bisogna aspettare un sovrano europeo cresciuto nel clima dell’Illuminismo, e perciò tollerante, per vedere riabilitato l’uso della pipa: parliamo di quel Federico il Grande, re di Prussia (1712-1786), che accolse alla sua corte sommi musicisti (uno fra i tanti: Carl Philip Emanuel Bach) e filosofi come Voltaire.
Le prime avvisaglie di un ritorno all’uso “rituale” della pipa si possono riscontrare, non senza fatica, nel periodo napoleonico.
La “bouffarde”, che per il soldato francese era compagna inseparabile, costituiva un momento di riposo, di meditazione, di fuga dalla realtà.
Durante le marce più estenuanti, Napoleone, che pure non fumava, non mancava mai di concedere ai suo i fidi alcuni minuti di sosta per fumare la pipa, favorendo così la formazione di un’usanza reiterata, e quindi ritualizzata.
Il grande balzo verso il recupero dell’uso cultuale della pipa si ha nel XIX secolo, gli ultimi anni del quale vedono il diffondersi della sigaretta, che gradatamente si impone in tutto il mondo occidentale per raggiunge ben presto il massimo della sua diffusione.
La pipa, troppo scomoda, ingombrante e laboriosa da caricare, viene relegata a un uso secondario, mantenendo una massiccia diffusione solo nelle zone rurali o culturalmente e socialmente isolate.
Nel pipatore moderno confluiscono dunque due filoni principali.
Il primo filone è quello “borghese” che, dall’inizio del Novecento, porta a considerare la pipa come mezzo di distinzione e promozione sociale, in quanto destinata a coloro che “hanno il tempo” di occuparsene.
In questo senso la pipa è “status-symbol” e il suo uso costituisce la ritualizzazione di un comportamento socioculturale in grado di connotare in maniera inequivocabile il fumatore come appartenente a una classe agiata.
Un secondo filone, parallelo al primo e compresente nel fumatore di oggi, è quello che potremmo definire “rurale” o “rustico”.
Essendo la pipa il modo di fumare tipico delle classi rurali, il moderno pipatore partecipa agli altri il suo desiderio di “riscoperta dei valori autentici”.
In quest’ottica, la dicotomia pipa/sigaretta riproduce semiologicamente il divario esistente fra mondo contadino (con tutte le sue buone qualità e i suoi attributi di pace, saggezza e bucolica contemplazione, prerogative tipiche non tanto del mondo contadino in sé stesso, quanto dell’immagine che di esso ha l’abitante della città industriale) e cultura urbana, connotata come frenetica, caotica e alienante.
In questa dimensione l’uso, o meglio il culto, della pipa rappresenta il culto di valori opposti a quelli che l’urbanesimo ci propone.
Che poi anche la “riscoperta dei valori autentici” sia diventata uno status­-symbol della moderna borghesia urbana è un diverso discorso, che, se non altro, ci aiuta a capire – almeno in parte – la diffusione che la pipa ha avuto negli anni immediatamente successivi al “boom” economico, soprattutto nel Nord industriale e nei grossi agglomerati urbani.
La pubblicità stessa di quegli anni ci presentava la pipa sotto questo duplice aspetto, mostrandocela ora come complemento di ambienti raffinati e di classe, ora come compagnona fidata dell’homo rusticus.
Una doppia connotazione che forse ci aiuta a rispondere alla domanda iniziale: accanto all’aspetto puramente voluttuario del fumo di tabacco, la pipa ancora conserva una sua funzione rituale, non solo come segno di appartenenza e di adesione a un determinato modo di pensare, ma anche (soprattutto grazie alla lentezza delle procedure e alla meticolosità necessaria a caricarla e accenderla correttamente) come strumento di meditazione, rilassamento e “comunione con gli dèi”.

sabato 16 maggio 2020

C'era una volta lo scovolino


Quasi ogni estate, durante le vacanze, Claudia ed io trascorriamo una giornata o due in Valtournenche.
Non solo per motivi affettivi (è la vallata d’origine della mia metà materna), non solo per la possibilità di gite ed escursioni, ma anche perché a Valtournenche capoluogo c’è un negozio di arredamento e complementi d’arredo al quale ci è impossibile resistere.
Il problema è che ci piacciono le stesse cose, e quando io (che nella coppia sono il più spendaccione) propongo un acquisto folle, Claudia è incapace di fermarmi.
Tanto che abbiamo deciso di andare a Valtournenche almeno un anno sì e uno no, per evitare di dissestare le finanze familiari.
Quando siamo sul posto, ci spingiamo spesso fino a Cervinia, l’ultimo centro abitato alla testata di valle.
In realtà lo facciamo solo per dare un’occhiata al Cervino.
Per il resto, odio Cervinia (e Claudia pure), con i suoi palazzoni assurdi, i suoi locali snob, i bar pieni di foto di vip e personaggi famosi (a cominciare da Mike Bongiorno, che fu il suo più celebre frequentatore), l’opulenza ostentata che dimostra come il denaro e il profitto possano devastare uno dei paesaggi più suggestivi al mondo.
Ok, bando alle divagazioni.

Trovandomi appunto a Cervinia, e pensando che in quella Milano d’alta quota avrei trovato negozi un po’ più forniti di quelli del villaggio dove trascorro l’estate, entrai in una tabaccheria e chiesi un pacchetto di scovolini.
“De che!?” mi apostrofò in perfetto romanesco il bottegaio.
Non sapeva neppure di che cosa stessi parlando.
In effetti, trovare un pacchetto di scovolini è oggi un’impresa non facile.

E pensare che – fino alla fine degli anni Novanta – se ne trovavano di tutti i tipi: con l’anima in ferro o in acciaio (differenza mica da ridere: quelli con l’anima di acciaio non si piegano malamente quando li si infila nel bocchino), con setole morbide o leggermente abrasive, cilindrici o “a coda di topo” per penetrare meglio all’interno dei bocchini più stretti.
C’erano anche quelli di lunghezza doppia, per le pipe modello Curchwarden.
Non so, sinceramente, se tutte queste varianti esistano ancora da qualche parte.

Ma se continua così, finirò per pulire la pipa come faceva mio nonno, che accartocciava con pazienza un rotolino di carta di giornale, per poi infilare quel salamino lungo e sottile nel bocchino e nel cannello della pipa, rigirandolo più e più volte fino a quando non ne usciva pulito.

venerdì 15 maggio 2020

Per cominciare

Blog, forum, siti, portali, social... Sulla pipa e il suo mondo c'è di tutto.
Perché un nuovo blog sull'argomento?
Semplicemente per gioco, per il piacere di raccontare e raccontarsi, perché ho giusto un paio d'ore libere dopo mezzanotte, quando la famiglia dorme e il lavoro può aspettare l'indomani.
Perciò ecco il mio blog, "Fumando la pipa".
Chi avrà voglia di leggere e di partecipare sarà il benvenuto.
Ma prima di tutto, è giusto che io racconti il mio rapporto speciale, e per certi versi singolare, con il mondo della pipa.


Io e la pipa


Nonno Carlo fumava la pipa.
All’epoca non si sapeva ancora nulla sul fumo passivo, e lui la fumava tranquillamente in casa.
Il toscano no, perché alla nonna dava fastidio la puzza: quello lo fumava sul balcone.
Il nonno era per me una figura carismatica.
Taciturno e apparentemente burbero come ogni vero valdostano, era in realtà tenero e affettuoso, capace di quell’amore senza fronzoli e senza smancerie, ma intenso e profondo, che alberga nei cuori forti e sinceri.
Spesso il nonno mi parlava in francese, oltre che – più raramente – in patois valdostano.
Non si creda che fosse un uomo colto: non so nemmeno se avesse terminato le elementari.
Ma in Valle d’Aosta qualunque contadino o pastore, anche se analfabeta o quasi, è in grado di parlare correntemente quattro lingue: il patois francoprovenzale (nelle sue diverse varianti locali), il francese (in Valle d’Aosta la langue d’oïl fu dichiarata lingua ufficiale nel 1536, e cioè ancor prima che in Francia), l’italiano (imposto dopo l’unità e necessario per comunicare con le istituzioni) e il piemontese per comunicare con la pianura.
Ed è superfluo ricordare che ognuna di queste quattro lingue ha ben poco in comune con le altre tre, se non la matrice latina!
Il patois l’ho quasi dimenticato (lo capisco ma non oso parlarlo); il francese lo parlo quasi come l’italiano.
Sono grato al nonno anche per questo.
Quando ero bambino trascorrevo molto tempo con i nonni, ma anche con le sorelle di mia nonna, zia Maria e zia Margherita (detta “la madrina”), che con la loro vita, povera di beni materiali ma ricca di una fede semplice e profonda, mi hanno insegnato il valore delle cose che contano davvero.
I momenti trascorsi con loro restano tra i miei ricordi più sereni, e ancora mi guidano nelle ore dell’oscurità.
Quando eravamo a Torino il nonno mi portava al mercato di Porta Palazzo.
Io sono nato nel quartiere di Porta Palazzo (nella settecentesca “casa dei cani” prospiciente la piazzetta disegnata da Filippo Juvarra) e i nonni ci abitavano fin da quando la mamma era bambina.
Ho imparato presto a riconoscere le grida dei venditori, il profumo delle erbe, il tanfo del pesce non sempre fresco...
Il mercato era anche una scuola di vita.
Torno spesso in via Santa Chiara, alzo gli occhi verso il quarto piano, percorro volentieri via Milano, spesso faccio visita alla chiesa gotica di San Domenico il cui campanile torreggiava incombente davanti al balcone di casa.
Per quanto possa sembrare strano, ho un ricordo vivido e fresco della casa in cui sono nato e ho vissuto fino all’età di tre anni: mi ricordo ambienti, persone, episodi di quei primi anni.

Quando eravamo in vacanza il nonno mi portava a pescare con lui.
Oppure si andava a funghi, o si facevano lunghe passeggiate nei boschi, apparentemente senza meta.
Spesso, al ritorno, ci si fermava “an piòla”, in osteria, per bere un quartino di bianco.
Io prendevo una gazzosa ma non disdegnavo un assaggio del vino del nonno.
Ovviamente il non farne parola con la nonna era tra noi un patto sacro.
La sua pipa era una compagna inseparabile delle nostre escursioni.
Fumava una miscela di trinciato nazionale e trinciato forte, che mi mandava a comprare dal tabaccaio (nonché giornalaio, verduriere, cartolaio) del paese dove trascorrevamo l’estate.
All’epoca non c’erano problemi a mandare un bambino in giro da solo, e a cinque anni io ero perfettamente in grado di attraversare la provinciale, pagare il tabaccaio e controllare il resto.
Altri tempi.
In paese c’erano anche gli zingari.

Oggi l’ipocrisia del “politically correct” ci impone di chiamarli “rom”, o “nomadi”; per noi erano semplicemente “ij sìngher”.
La nonna mi diceva di fare attenzione, ché gli zingari rapiscono i bambini.
Ma non era vero e lo sapevamo tutti.
Durante le mie passeggiate solitarie transitavo spesso accanto al loro accampamento, alla periferia del paese verso la strada per San Giorgio; loro mi salutavano e una volta una mamma mi offrì pane e marmellata.

Ma torniamo alla pipa.
Quando iniziai a frequentare l’università mi accorsi che tra gli intellettuali torinesi la pipa stava diventando una moda.
La fumava Sandro Pertini, all’epoca presidente della Camera, la fumava Luciano Lama, segretario della CGIL...
Insomma era una cosa un po’ di sinistra e in quel fervido dopo-sessantotto, ricco di idee e di rinnovamento, stava diventando un simbolo di appartenenza.
Ma non era solo quello.
Era soprattutto il ricordo di mio nonno e della sua fedele pipa a spingermi verso quella strada.
Non avevo mai provato a fumare sigarette, non mi interessava.
I miei compagni di liceo, che fumavano per sentirsi grandi e per darsi un tono, mi parevano degli idioti, oppure degli insicuri, dei frustrati, se avevano bisogno delle sigarette per apparire ciò che non erano.
La pipa, almeno così credevo, era qualcosa di diverso: una faccenda da buongustai, da degustatori – e non da consumatori – del tabacco.
Nel mio immaginario la pipa stava alla sigaretta come il barolo al tavernello.
Un giorno, ai magazzini Standa di via Nicola Fabrizi vidi delle pipe in vendita.
All’epoca nei supermercati si trovavano generi molto più interessanti che non oggi.
Lo sguardo mi cadde su una pipa semicurva, in radica, dal colore chiaro.
Costava poche migliaia di lire, una cifra modesta anche per quell’epoca.
La confezione comprendeva un curapipe in metallo e un pacchetto di scovolini: quanto bastava per iniziare.
Nonostante il prezzo conveniente, la mia condizione di studente squattrinato, ricco solo dell’irrisoria cifra settimanale che mi passava mio padre, mi costrinse ad attendere alcune settimane prima di potermi permettere l’acquisto.
Era un sabato pomeriggio.
Uscii dal supermercato che avevo ancora qualche soldo in tasca.
Corsi dal tabaccaio di via San Donato e chiesi “un tabacco da pipa, il più dolce che c’è”, nell’illusoria convinzione che “dolce” fosse sinonimo di “leggero”.
Il brav’uomo mi consegnò un pacchetto di Clan Aromatic, con il quale esaurii completamente il mio budget.
Infilai pipa e pacchetto nelle capaci tasche della mia giacchetta in similpelle e corsi a casa.
Non so come fecero i miei genitori a non accorgersi di quanto la mia camera fosse pervasa dal profumo penetrante e dolciastro del tabacco olandese, un misto di fieno e di caramella mou.
Il giorno seguente, domenica, avevo organizzato una gita in montagna con la fidanzata.
Non avevo ancora la macchina, per cui ci si alzava alle cinque del mattino, si viaggiava in treno fino al paese di fondovalle e poi in autobus fino al villaggio in quota, dal quale finalmente si sarebbe partiti a piedi per l’escursione.
Il concetto di “coincidenza” era quasi fantascientifico, per cui talvolta si doveva aspettare un’ora buona tra l’arrivo in treno e la partenza con il bus.
Approfittando dell’attesa riempii la pipa e l’accesi.
Non capisco perché il Clan sia il tabacco che tutti i tabaccai rifilano ai principianti.
In realtà è una miscela difficile: scalda, brucia la lingua e la pipa, si spegne in continuazione perché è esageratamente umida.
Quel fumo acre non aveva nulla di dolce, né tantomeno di leggero.
L’unico aspetto positivo era il profumo: il classico “profumo di pipa” che piace soprattutto alle signore, ma che il fumatore non avverte.
Contrariamente a quanto mi aspettavo non mi girò la testa, non mi venne la nausea, solo ero imbufalito per non riuscire a tenere acceso il maledetto arnese, e davanti alla ragazza poi!
Qualche giorno dopo era San Michele, e per il mio onomastico chiesi e ottenni dai miei genitori una pipa: ormai avevo già provato a fumare e non volevo farlo di nascosto.
A regalarmela fu mia zia Anna, sorella della mamma, che la acquistò nel prestigioso negozio di Diapede, il più antico pipaio di Torino.
Il negozio, fondato nel 1860, era gestito da Fernanda e Giorgio Ciglia, che lo avevano ereditato dalla zia Luigina Diapede.
Era una bottega piena di meraviglie, oggi tristemente chiusa per far posto all’ennesima stracceria, segno inquietante di quanto decada il gusto e di quanto peggiori il concetto di qualità.
Ma questa è un’altra storia.
Finalmente avevo due pipe: una diritta e una curva, l’ideale per alternare.
Iniziai a sperimentare diversi tabacchi, tutti mediamente terrificanti.
Consigliato e guidato dal tabaccaio di via San Donato, arrivai a miscelare in parti eguali Clan e Flying Dutchman, Amphora Full Aromatic e Park Lane n° 7... Tutta roba dolcissima (per chi mi circondava) ma difficile da fumare a causa dell’umidità, senza contare il bruciore alla lingua e il surriscaldamento delle pareti della pipa.
Non avevo ancora trovato il tabacco giusto.

L’estate successiva andai a lavorare in Svizzera per uno stage universitario.
Per un fumatore italiano di allora, abituato a un’offerta scarna e stenta (ben diversa dall’attuale), la Svizzera era il paese di Bengodi.
Nelle città abbondavano pipai e tabaccai, alcuni dei quali realizzavano persino miscele personalizzate, come i grandi tabaccai londinesi di cui si favoleggiava tra noi studenti.
Tra tante, la Tabaccheria Cavallini a Lugano era un vero paradiso, una goduria, un irresistibile e quasi intollerabile affastellarsi di tentazioni: era come portare in un allevamento di trote un pescatore abituato alle improduttive battute di pesca nei torrenti di montagna; come invitare in un bordello un giovanotto avvezzo alle caste sere con la fidanzata.
Avevo pochi soldi ma quei pochi li spesi quasi tutti in tabacchi, dedicando al cibo un budget residuale.
Fu così che – esperimento dopo esperimento – conobbi le mixture inglesi a base di latakia.
La mia miscela preferita fu da subito il Balkan Sobranie n° 759, con il suo gusto pieno e rotondo, morbido ma corposo.
Virginia, tabacchi orientali e “mountain blue latakia” aggiunto in abbondanza erano i semplici ma efficaci ingredienti della miscela.
Il latakia è un tabacco mediorientale (prodotto soprattutto in Siria) affumicato, di colore nerastro, dal sapore intenso e dal profumo caratteristico.
Difficile da fumare da solo, costituisce l’ingrediente irrinunciabile delle mixture inglesi.
Leggenda vuole che per affumicare il latakia venisse usato come combustibile lo sterco di cammello, il che non deve stupire dal momento che questo materiale, opportunamente essiccato, è usato anche per cuocere e per riscaldarsi, in zone dove la legna scarseggia.
Credo e spero che oggi i metodi di produzione siano più moderni!
Da alcuni anni questa splendida miscela (inizialmente venduta in barattoli metallici di forma cilindrica, poi, verso la fine, in bustine plastificate) è uscita di produzione.

Quando il nonno fu certo che il mio amore per la pipa non fosse un’infatuazione passeggera mi fece un regalo, di quelli che solo i nonni sanno fare.
In un luogo segreto di un qualche suo armadio era gelosamente conservato un cimelio di famiglia: una grossa pipa in “schiuma di mare”.
La schiuma è chimicamente un silicato idrato di magnesio che si estrae in diverse regioni, ma prevalentemente in Anatolia.
La sua leggerezza e la facilità di lavorazione si rivelano ideali per creare pipe di grande bellezza e valore, spesso riccamente scolpite.
Uno dei pregi della schiuma sta nel fatto che la pipa (inizialmente bianca) prende con l’uso un colore ambrato dovuto alla distillazione dei succhi del tabacco che impregnano il materiale poroso.
Il bello è che la coloritura, più o meno intensa, non è tutta uniforme, ma si distribuisce in modo diseguale sulla superficie dell’oggetto, creando sfumature molto gradevoli a vedersi.
La pipa del nonno, risalente forse alla seconda metà o alla fine dell’Ottocento, ha un fornello di circa dieci centimetri di altezza, chiuso con un coperchietto in ottone.
Il fornello è scolpito con figure di ispirazione agreste: una casa in tronchi nel bosco e un camoscio che vi passa davanti.
In famiglia si diceva che la pipa provenisse dall’America (e questo potrebbe essere vero, anche se pipe di quella foggia si producevano specialmente in Europa, nei paesi di lingua tedesca), e che fosse una pipa rituale dei nativi americani, cioè un calumet, cosa invece poco probabile, data la forma molto diversa dei calumet pervenuti fino a noi.
In ogni caso quella pipa si tramanda in famiglia da generazioni.
Il nonno, affidandola alla mia custodia, mi raccomandò di non interrompere la tradizione di fumarla in occasione di festività importanti.
Obbediente alla tradizione, la fumo in occasione del mio compleanno o del mio onomastico.
L’unica modifica che vi ho apportato è stata la sostituzione del cannello di marasca e del bocchino in osso, dato che quelli originali erano gravemente danneggiati dall’uso.
Conservo anche altri cimeli di famiglia: oltre all’accendino a benzina del nonno (che usava per i toscani ma mai per la pipa, che dalla benzina avrebbe ricevuto un cattivo sapore), una pipa in gesso con custodia e una tabacchiera in corno appartenute al mio bisnonno materno.

Alla fine del terzo anno di università iniziai a lavorare, anche se in maniera saltuaria e decisamente precaria.
La disponibilità di soldini mi permise di acquistare qualche pipa.
Presto, frequentando i tabaccai e i pipai “giusti”, divenni esperto di forme e caratteristiche, di marche e modelli.
Come sempre mi accade quando incomincio a occuparmi di qualcosa, volli approfondire, cercare notizie, studiare.
Volevo capire come si fabbrica una pipa, com’è fatta, che cosa le dà quelle caratteristiche così peculiari che la rendono differente da tutte le altre come temperamento, come sapore, come comportamento durante la fumata.
Acquistai delle placche di radica e provai a fabbricarmi qualche pipa, ispirandomi alle “forme libere” degli artigiani del nord Europa, che andavano di moda negli anni Settanta.
La pratica era ovviamente affiancata da una solida preparazione teorica: leggevo i libri di Ramazzotti, Bozzini, Savinelli, senza ancora sapere che presto avrei conosciuto queste “autorità” e trattato con loro da pari a pari.
Ma andiamo con ordine.
A Torino, considerata una delle capitali italiane della pipa, si susseguivano iniziative, convegni, incontri.
I negozi di Vittorio Munari, di Riccardo Casaro, di Giovanni Bollito, di Adriano Lucchino erano il punto di incontro degli esperti e degli appassionati.

Spesso ci si recava solo per incontrarsi, per chiacchierare, e le ore trascorrevano in confronti, impressioni, giudizi.
Per un curioso come me, pronto ad assorbire come una spugna ogni informazione per poi elaborarla e svilupparla, era come una scuola di specializzazione.
I torinesi preferivano le pipe generosamente dimensionate, salde da impugnare, preferibilmente realizzate a mano in forma libera.
Alle creazioni degli artigiani danesi si affiancarono presto i prodotti degli artigiani italiani, che in pochi anni imposero sul mercato modelli di assoluta eccellenza.
Data l’atmosfera che regnava allora in città, non c’è da stupirsi che il presidente del Pipa Club Italia, Cesare Lo Nardo, fosse torinese.

Lo conobbi nel 1977 e diventammo subito amici, grazie alla sua disponibilità e al suo carattere gioviale.
Cesare pubblicava il bollettino del Club – un semplice ciclostilato – e mi chiese se volevo collaborare.
Non ho mai avuto problemi a scrivere, per cui accettai con entusiasmo.
Scrissi tre articoli “tecnici” destinati ai neofiti e apparsi in due numeri consecutivi del bollettino.
In occasione di una “gara di lento fumo” (una competizione rigidamente regolamentata nella quale i partecipanti hanno a disposizione una pipa, due fiammiferi, un pigino e tre grammi di tabacco) conobbi il romano Fausto Fincato.
Il negozio di Fausto è situato in posizione strategica tra Palazzo Chigi e Montecitorio: i deputati e i ministri fumatori di pipa si servono e si incontrano da lui, in un luogo come sospeso e isolato dal mondo nel quale si dimenticano rivalità e polemiche, destra e sinistra, per essere soltanto fumatori di pipa.
Fincato pubblicava “Smoking”, una rivista che avevo già avuto occasione di apprezzare.
Le leggi antifumo non erano ancora severe come oggi, per cui il periodico (con le sue pubblicità a tabacchi, sigari e marche di pipe) poteva liberamente circolare, anche se all’interno di una categoria di lettori ristretta e alquanto settoriale.
Fatte le presentazioni, fu subito chiaro che avrei collaborato anche con “Smoking”.
Tornato a Torino, mi affrettai a inviare un articolo che fu pubblicato sul primo numero raggiungibile.
Da allora fino al 1989 la mia collaborazione fu costante, anche se non copiosa.
“Smoking” non ebbe vita lunga: le leggi antifumo si erano fatte più rigorose, la pubblicità ai prodotti da fumo fu vietata anche sulle riviste del settore.
Una rivista – si sa – non può sopravvivere senza l’apporto degli inserzionisti, e “Smoking” fu costretta a cessare le pubblicazioni.
Agli articoli si affiancò, nel 1987, il libro Pipe da Collezione, pubblicato dalla casa editrice L’Arciere di Cuneo, che coniugava la mia attività di fotografo con la mia passione per la pipa e il suo mondo.
Una delle cose interessanti del libro è il suo formato quadrato, che io chiesi e ottenni dall’editore per consentire l’inserimento di fotografie tanto verticali quanto orizzontali, senza sacrificarne le dimensioni e senza essere costretti a stampare su doppia pagina, cosa che personalmente non sopporto perché “rompe” a metà l’immagine, disturbandone la lettura.
Nel frattempo si discuteva di nuove idee e di nuove prospettive.
Il ritrovarsi per ciarlare di pipe Charatan o Dunhill, di tabacchi inglesi, italiani oppure olandesi a me non bastava.
Né mi soddisfacevano le gare di lento fumo, divertenti e folcloristiche ma niente di più.
Mi sarebbe piaciuto inventare qualcosa che sapesse far confluire nel mondo della pipa energie intellettuali, ricerche, studi; che riuscisse a considerare il fenomeno pipa nei suoi aspetti sociologici, antropologici, culturali.
Parlandone con Cesare Lo Nardo l’idea si sviluppò e prese forma.
Nel marzo del 1979, in occasione dell’annuale gara di lento fumo organizzata in concomitanza con la Fiera di Genova, fu fondata l’Accademia Italiana della Pipa, con il duplice scopo di promuovere studi e ricerche sulla pipa e di premiare ogni anno, con il titolo di “accademico”, fumatori di pipa che si fossero distinti in vari ambiti del sapere, della ricerca e della vita sociale.
Io fui nominato segretario del sodalizio: avrei organizzato l’attività dell’Accademia, tenuto i contatti fra i membri, promosso iniziative e convegni.
Negli anni furono nominati accademici, tra gli altri, l’allenatore della Nazionale italiana di calcio Enzo Bearzot, l’onorevole Oscar Mammì, il giornalista Giuseppe Bozzini, il biologo Giuseppe Ramazzotti (autori, questi ultimi, di quei libri che avevano rappresentato la fonte della mia formazione) e molti altri.
A ogni nuovo membro veniva donato un piatto, decorato con il simbolo dell’Accademia e recante i nomi degli accademici nominati nell’anno, nonché una pergamena e un medaglione in radica.
L’Accademia avrebbe dovuto pubblicare anche degli Annali, recanti i contributi dei suoi membri.
Ne uscì un solo numero, nel 1982, perché gli accademici (tanto i membri fondatori quanto quelli nominati di anno in anno) non sembravano interessati più di tanto a contribuire.
Dopo alcuni anni l’Accademia si estinse. Gli interessi commerciali avevano prevalso su quelli culturali: al mondo degli importatori e dei rivenditori interessava – com’era giusto – vendere. Avevano visto nell’Accademia un’occasione per allargare i loro orizzonti commerciali, e dal momento che ciò non era accaduto avevano perso interesse nei suoi confronti.
Il primo piatto commemorativo, che ancora conservo, riporta i nomi dei nove membri fondatori dell’Accademia: Alberto Bonfiglioli (rivenditore e poi fabbricante di pipe egli stesso); Giacomo Di Martino (presidente del Superba Pipa Club di Genova); Cesare Lo Nardo (presidente del Pipa Club Italia); Aldo Pellissone (architetto torinese, autore di libri sulla pipa); Adriano Daneri, rivenditore di pipe genovese e organizzatore dell’annuale gara di lento fumo; il già citato Fausto Fincato; Jean Marie Alberto Paronelli, importatore, distributore nonché titolare del Museo della Pipa di Gavirate (a lui fu affidata la carica di rettore); Giorgio Savinelli (un nome che – per chi fuma la pipa – non necessita di presentazione), e infine il sottoscritto.

Verso la fine degli anni Ottanta la moda della pipa incominciò a declinare.
Chi vi si era dedicato soltanto per seguire una tendenza (talvolta senza avere mai imparato a fumarla davvero) la abbandonò per tornare alle più pratiche e veloci sigarette.
In quanto a me, continuo a fumare la pipa, anche se con minor frequenza di un tempo: la vita frenetica che si è imposta come modello di comportamento in questi ultimi decenni, il nostro modo di lavorare costantemente in emergenza, gli spostamenti continui e sempre in ritardo non consentono quella concentrazione e quella calma necessarie per caricare la pipa secondo le regole, accenderla, fumarla e gustarne le variazioni di aroma a mano a mano che la fumata si avvia verso la sua naturale conclusione.
Non fumo in casa perché non mi piace l’odore di fumo stantìo che resta impregnato nelle stoffe e negli arredi.
Per lo stesso motivo (oltre che per ragioni di sicurezza) non fumo in auto.
Per cui le mie pipate sono confinate alla stagione estiva, quando posso uscire a fumare sul terrazzo, o ai periodi di vacanza.
Sto senza fumare per mesi senza peraltro patirne. Quando proprio ho voglia di tabacco e il tempo è poco accendo un mezzo toscano, sigaro per me preferibile anche agli avana più pregiati (e pazienza se ciò farà inorridire i puristi).
Le cento e più pipe in radica (senza contare quelle di schiuma) collezionate negli anni riposano in una piccola angoliera.
Alcune di loro sono intoccate da molto, molto tempo.
I miei tabacchi preferiti rimangono le mixtures di buon corpo, come il Dunhill 965, il Balkan di Gawith & Hoggarth o il Torina di Schürch, molto simile al rimpianto Balkan Sobranie 759.
Nelle tabaccherie italiane, almeno le più fornite, la scelta è ormai vasta e differenziata.
Ma talvolta non rinuncio a una capatina in Svizzera, quasi un tuffo nel mio passato, alla ricerca di marche sconosciute e nuovi sapori.