Blog, forum, siti, portali, social... Sulla pipa e il suo mondo c'è di tutto.
Perché un nuovo blog sull'argomento?
Semplicemente per gioco, per il piacere di raccontare e raccontarsi, perché ho giusto un paio d'ore libere dopo mezzanotte, quando la famiglia dorme e il lavoro può aspettare l'indomani.
Perciò ecco il mio blog, "Fumando la pipa".
Chi avrà voglia di leggere e di partecipare sarà il benvenuto.
Ma prima di tutto, è giusto che io racconti il mio rapporto speciale, e per certi versi singolare, con il mondo della pipa.
Io e la pipa
Nonno Carlo fumava
la pipa.
All’epoca non si
sapeva ancora nulla sul fumo passivo, e lui la fumava tranquillamente in casa.
Il toscano no,
perché alla nonna dava fastidio la puzza: quello lo fumava sul balcone.
Il nonno era per me
una figura carismatica.
Taciturno e
apparentemente burbero come ogni vero valdostano, era in realtà tenero e
affettuoso, capace di quell’amore senza fronzoli e senza smancerie, ma intenso
e profondo, che alberga nei cuori forti e sinceri.
Spesso il nonno mi
parlava in francese, oltre che – più raramente – in patois valdostano.
Non si creda che
fosse un uomo colto: non so nemmeno se avesse terminato le elementari.
Ma in Valle d’Aosta
qualunque contadino o pastore, anche se analfabeta o quasi, è in grado di
parlare correntemente quattro lingue: il patois francoprovenzale (nelle sue
diverse varianti locali), il francese (in Valle d’Aosta la langue d’oïl fu
dichiarata lingua ufficiale nel 1536, e cioè ancor prima che in Francia), l’italiano
(imposto dopo l’unità e necessario per comunicare con le istituzioni) e il
piemontese per comunicare con la pianura.
Ed è superfluo
ricordare che ognuna di queste quattro lingue ha ben poco in comune con le
altre tre, se non la matrice latina!
Il patois l’ho
quasi dimenticato (lo capisco ma non oso parlarlo); il francese lo parlo quasi
come l’italiano.
Sono grato al nonno
anche per questo.
Quando ero bambino
trascorrevo molto tempo con i nonni, ma anche con le sorelle di mia nonna, zia
Maria e zia Margherita (detta “la madrina”), che con la loro vita, povera di
beni materiali ma ricca di una fede semplice e profonda, mi hanno insegnato il
valore delle cose che contano davvero.
I momenti trascorsi
con loro restano tra i miei ricordi più sereni, e ancora mi guidano nelle ore
dell’oscurità.
Quando eravamo a
Torino il nonno mi portava al mercato di Porta Palazzo.
Io sono nato nel
quartiere di Porta Palazzo (nella settecentesca “casa dei cani” prospiciente la
piazzetta disegnata da Filippo Juvarra) e i nonni ci abitavano fin da quando la
mamma era bambina.
Ho imparato presto
a riconoscere le grida dei venditori, il profumo delle erbe, il tanfo del pesce
non sempre fresco...
Il mercato era
anche una scuola di vita.
Torno spesso in via
Santa Chiara, alzo gli occhi verso il quarto piano, percorro volentieri via
Milano, spesso faccio visita alla chiesa gotica di San Domenico il cui
campanile torreggiava incombente davanti al balcone di casa.
Per quanto possa
sembrare strano, ho un ricordo vivido e fresco della casa in cui sono nato e ho
vissuto fino all’età di tre anni: mi ricordo ambienti, persone, episodi di quei
primi anni.
Quando eravamo in
vacanza il nonno mi portava a pescare con lui.
Oppure si andava a
funghi, o si facevano lunghe passeggiate nei boschi, apparentemente senza meta.
Spesso, al ritorno,
ci si fermava “an piòla”, in osteria, per bere un quartino di bianco.
Io prendevo una
gazzosa ma non disdegnavo un assaggio del vino del nonno.
Ovviamente il non
farne parola con la nonna era tra noi un patto sacro.
La sua pipa era una
compagna inseparabile delle nostre escursioni.
Fumava una miscela
di trinciato nazionale e trinciato forte, che mi mandava a comprare dal
tabaccaio (nonché giornalaio, verduriere, cartolaio) del paese dove
trascorrevamo l’estate.
All’epoca non c’erano
problemi a mandare un bambino in giro da solo, e a cinque anni io ero
perfettamente in grado di attraversare la provinciale, pagare il tabaccaio e
controllare il resto.
Altri tempi.
In paese c’erano
anche gli zingari.
Oggi l’ipocrisia
del “politically correct” ci impone di chiamarli “rom”, o “nomadi”; per noi
erano semplicemente “ij sìngher”.
La nonna mi diceva
di fare attenzione, ché gli zingari rapiscono i bambini.
Ma non era vero e
lo sapevamo tutti.
Durante le mie
passeggiate solitarie transitavo spesso accanto al loro accampamento, alla
periferia del paese verso la strada per San Giorgio; loro mi salutavano e una
volta una mamma mi offrì pane e marmellata.
Ma torniamo alla
pipa.
Quando iniziai a
frequentare l’università mi accorsi che tra gli intellettuali torinesi la pipa
stava diventando una moda.
La fumava Sandro
Pertini, all’epoca presidente della Camera, la fumava Luciano Lama, segretario
della CGIL...
Insomma era una
cosa un po’ di sinistra e in quel fervido dopo-sessantotto, ricco di idee e di rinnovamento,
stava diventando un simbolo di appartenenza.
Ma non era solo
quello.
Era soprattutto il
ricordo di mio nonno e della sua fedele pipa a spingermi verso quella strada.
Non avevo mai
provato a fumare sigarette, non mi interessava.
I miei compagni di
liceo, che fumavano per sentirsi grandi e per darsi un tono, mi parevano degli
idioti, oppure degli insicuri, dei frustrati, se avevano bisogno delle
sigarette per apparire ciò che non erano.
La pipa, almeno
così credevo, era qualcosa di diverso: una faccenda da buongustai, da
degustatori – e non da consumatori – del tabacco.
Nel mio immaginario
la pipa stava alla sigaretta come il barolo al tavernello.
Un giorno, ai
magazzini Standa di via Nicola Fabrizi vidi delle pipe in vendita.
All’epoca nei supermercati
si trovavano generi molto più interessanti che non oggi.
Lo sguardo mi cadde
su una pipa semicurva, in radica, dal colore chiaro.
Costava poche
migliaia di lire, una cifra modesta anche per quell’epoca.
La confezione
comprendeva un curapipe in metallo e un pacchetto di scovolini: quanto bastava
per iniziare.
Nonostante il
prezzo conveniente, la mia condizione di studente squattrinato, ricco solo dell’irrisoria
cifra settimanale che mi passava mio padre, mi costrinse ad attendere alcune
settimane prima di potermi permettere l’acquisto.
Era un sabato
pomeriggio.
Uscii dal
supermercato che avevo ancora qualche soldo in tasca.
Corsi dal tabaccaio
di via San Donato e chiesi “un tabacco da pipa, il più dolce che c’è”, nell’illusoria
convinzione che “dolce” fosse sinonimo di “leggero”.
Il brav’uomo mi
consegnò un pacchetto di Clan Aromatic, con il quale esaurii completamente il
mio budget.
Infilai pipa e
pacchetto nelle capaci tasche della mia giacchetta in similpelle e corsi a
casa.
Non so come fecero
i miei genitori a non accorgersi di quanto la mia camera fosse pervasa dal
profumo penetrante e dolciastro del tabacco olandese, un misto di fieno e di
caramella mou.
Il giorno seguente,
domenica, avevo organizzato una gita in montagna con la fidanzata.
Non avevo ancora la
macchina, per cui ci si alzava alle cinque del mattino, si viaggiava in treno
fino al paese di fondovalle e poi in autobus fino al villaggio in quota, dal
quale finalmente si sarebbe partiti a piedi per l’escursione.
Il concetto di “coincidenza”
era quasi fantascientifico, per cui talvolta si doveva aspettare un’ora buona
tra l’arrivo in treno e la partenza con il bus.
Approfittando dell’attesa
riempii la pipa e l’accesi.
Non capisco perché
il Clan sia il tabacco che tutti i tabaccai rifilano ai principianti.
In realtà è una
miscela difficile: scalda, brucia la lingua e la pipa, si spegne in
continuazione perché è esageratamente umida.
Quel fumo acre non
aveva nulla di dolce, né tantomeno di leggero.
L’unico aspetto
positivo era il profumo: il classico “profumo di pipa” che piace soprattutto
alle signore, ma che il fumatore non avverte.
Contrariamente a
quanto mi aspettavo non mi girò la testa, non mi venne la nausea, solo ero
imbufalito per non riuscire a tenere acceso il maledetto arnese, e davanti alla
ragazza poi!
Qualche giorno dopo
era San Michele, e per il mio onomastico chiesi e ottenni dai miei genitori una
pipa: ormai avevo già provato a fumare e non volevo farlo di nascosto.
A regalarmela fu
mia zia Anna, sorella della mamma, che la acquistò nel prestigioso negozio di
Diapede, il più antico pipaio di Torino.
Il negozio, fondato
nel 1860, era gestito da Fernanda e Giorgio Ciglia, che lo avevano ereditato
dalla zia Luigina Diapede.
Era una bottega
piena di meraviglie, oggi tristemente chiusa per far posto all’ennesima
stracceria, segno inquietante di quanto decada il gusto e di quanto peggiori il
concetto di qualità.
Ma questa è un’altra
storia.
Finalmente avevo
due pipe: una diritta e una curva, l’ideale per alternare.
Iniziai a
sperimentare diversi tabacchi, tutti mediamente terrificanti.
Consigliato e
guidato dal tabaccaio di via San Donato, arrivai a miscelare in parti eguali
Clan e Flying Dutchman, Amphora Full Aromatic e Park Lane n° 7... Tutta roba
dolcissima (per chi mi circondava) ma difficile da fumare a causa dell’umidità,
senza contare il bruciore alla lingua e il surriscaldamento delle pareti della
pipa.
Non avevo ancora
trovato il tabacco giusto.
L’estate successiva
andai a lavorare in Svizzera per uno stage universitario.
Per un fumatore
italiano di allora, abituato a un’offerta scarna e stenta (ben diversa dall’attuale),
la Svizzera era il paese di Bengodi.
Nelle città
abbondavano pipai e tabaccai, alcuni dei quali realizzavano persino miscele
personalizzate, come i grandi tabaccai londinesi di cui si favoleggiava tra noi
studenti.
Tra tante, la
Tabaccheria Cavallini a Lugano era un vero paradiso, una goduria, un
irresistibile e quasi intollerabile affastellarsi di tentazioni: era come
portare in un allevamento di trote un pescatore abituato alle improduttive
battute di pesca nei torrenti di montagna; come invitare in un bordello un
giovanotto avvezzo alle caste sere con la fidanzata.
Avevo pochi soldi
ma quei pochi li spesi quasi tutti in tabacchi, dedicando al cibo un budget residuale.
Fu così che – esperimento
dopo esperimento – conobbi le mixture inglesi a base di latakia.
La mia miscela
preferita fu da subito il Balkan Sobranie n° 759, con il suo gusto pieno e
rotondo, morbido ma corposo.
Virginia, tabacchi
orientali e “mountain blue latakia” aggiunto in abbondanza erano i semplici ma
efficaci ingredienti della miscela.
Il latakia è un
tabacco mediorientale (prodotto soprattutto in Siria) affumicato, di colore
nerastro, dal sapore intenso e dal profumo caratteristico.
Difficile da fumare
da solo, costituisce l’ingrediente irrinunciabile delle mixture inglesi.
Leggenda vuole che
per affumicare il latakia venisse usato come combustibile lo sterco di
cammello, il che non deve stupire dal momento che questo materiale, opportunamente
essiccato, è usato anche per cuocere e per riscaldarsi, in zone dove la legna
scarseggia.
Credo e spero che
oggi i metodi di produzione siano più moderni!
Da alcuni anni
questa splendida miscela (inizialmente venduta in barattoli metallici di forma cilindrica,
poi, verso la fine, in bustine plastificate) è uscita di produzione.
Quando il nonno fu
certo che il mio amore per la pipa non fosse un’infatuazione passeggera mi fece
un regalo, di quelli che solo i nonni sanno fare.
In un luogo segreto
di un qualche suo armadio era gelosamente conservato un cimelio di famiglia:
una grossa pipa in “schiuma di mare”.
La schiuma è
chimicamente un silicato idrato di magnesio che si estrae in diverse regioni,
ma prevalentemente in Anatolia.
La sua leggerezza e
la facilità di lavorazione si rivelano ideali per creare pipe di grande
bellezza e valore, spesso riccamente scolpite.
Uno dei pregi della
schiuma sta nel fatto che la pipa (inizialmente bianca) prende con l’uso un
colore ambrato dovuto alla distillazione dei succhi del tabacco che impregnano
il materiale poroso.
Il bello è che la
coloritura, più o meno intensa, non è tutta uniforme, ma si distribuisce in
modo diseguale sulla superficie dell’oggetto, creando sfumature molto gradevoli
a vedersi.
La pipa del nonno,
risalente forse alla seconda metà o alla fine dell’Ottocento, ha un fornello di
circa dieci centimetri di altezza, chiuso con un coperchietto in ottone.
Il fornello è
scolpito con figure di ispirazione agreste: una casa in tronchi nel bosco e un
camoscio che vi passa davanti.
In famiglia si
diceva che la pipa provenisse dall’America (e questo potrebbe essere vero,
anche se pipe di quella foggia si producevano specialmente in Europa, nei paesi
di lingua tedesca), e che fosse una pipa rituale dei nativi americani, cioè un
calumet, cosa invece poco probabile, data la forma molto diversa dei calumet
pervenuti fino a noi.
In ogni caso quella
pipa si tramanda in famiglia da generazioni.
Il nonno,
affidandola alla mia custodia, mi raccomandò di non interrompere la tradizione
di fumarla in occasione di festività importanti.
Obbediente alla tradizione,
la fumo in occasione del mio compleanno o del mio onomastico.
L’unica modifica
che vi ho apportato è stata la sostituzione del cannello di marasca e del
bocchino in osso, dato che quelli originali erano gravemente danneggiati dall’uso.
Conservo anche
altri cimeli di famiglia: oltre all’accendino a benzina del nonno (che usava
per i toscani ma mai per la pipa, che dalla benzina avrebbe ricevuto un cattivo
sapore), una pipa in gesso con custodia e una tabacchiera in corno appartenute
al mio bisnonno materno.
Alla fine del terzo
anno di università iniziai a lavorare, anche se in maniera saltuaria e
decisamente precaria.
La disponibilità di
soldini mi permise di acquistare qualche pipa.
Presto,
frequentando i tabaccai e i pipai “giusti”, divenni esperto di forme e
caratteristiche, di marche e modelli.
Come sempre mi
accade quando incomincio a occuparmi di qualcosa, volli approfondire, cercare
notizie, studiare.
Volevo capire come
si fabbrica una pipa, com’è fatta, che cosa le dà quelle caratteristiche così
peculiari che la rendono differente da tutte le altre come temperamento, come
sapore, come comportamento durante la fumata.
Acquistai delle
placche di radica e provai a fabbricarmi qualche pipa, ispirandomi alle “forme
libere” degli artigiani del nord Europa, che andavano di moda negli anni
Settanta.
La pratica era
ovviamente affiancata da una solida preparazione teorica: leggevo i libri di
Ramazzotti, Bozzini, Savinelli, senza ancora sapere che presto avrei conosciuto
queste “autorità” e trattato con loro da pari a pari.
Ma andiamo con
ordine.
A Torino,
considerata una delle capitali italiane della pipa, si susseguivano iniziative,
convegni, incontri.
I negozi di
Vittorio Munari, di Riccardo Casaro, di Giovanni Bollito, di Adriano Lucchino
erano il punto di incontro degli esperti e degli appassionati.
Spesso ci si recava
solo per incontrarsi, per chiacchierare, e le ore trascorrevano in confronti,
impressioni, giudizi.
Per un curioso come
me, pronto ad assorbire come una spugna ogni informazione per poi elaborarla e
svilupparla, era come una scuola di specializzazione.
I torinesi
preferivano le pipe generosamente dimensionate, salde da impugnare, preferibilmente
realizzate a mano in forma libera.
Alle creazioni
degli artigiani danesi si affiancarono presto i prodotti degli artigiani
italiani, che in pochi anni imposero sul mercato modelli di assoluta
eccellenza.
Data l’atmosfera
che regnava allora in città, non c’è da stupirsi che il presidente del Pipa
Club Italia, Cesare Lo Nardo, fosse torinese.
Lo conobbi nel 1977
e diventammo subito amici, grazie alla sua disponibilità e al suo carattere
gioviale.
Cesare pubblicava
il bollettino del Club – un semplice ciclostilato – e mi chiese se volevo
collaborare.
Non ho mai avuto
problemi a scrivere, per cui accettai con entusiasmo.
Scrissi tre
articoli “tecnici” destinati ai neofiti e apparsi in due numeri consecutivi del
bollettino.
In occasione di una
“gara di lento fumo” (una competizione rigidamente regolamentata nella quale i
partecipanti hanno a disposizione una pipa, due fiammiferi, un pigino e tre
grammi di tabacco) conobbi il romano Fausto Fincato.
Il negozio di
Fausto è situato in posizione strategica tra Palazzo Chigi e Montecitorio: i
deputati e i ministri fumatori di pipa si servono e si incontrano da lui, in un
luogo come sospeso e isolato dal mondo nel quale si dimenticano rivalità e
polemiche, destra e sinistra, per essere soltanto fumatori di pipa.
Fincato pubblicava “Smoking”,
una rivista che avevo già avuto occasione di apprezzare.
Le leggi antifumo
non erano ancora severe come oggi, per cui il periodico (con le sue pubblicità
a tabacchi, sigari e marche di pipe) poteva liberamente circolare, anche se all’interno
di una categoria di lettori ristretta e alquanto settoriale.
Fatte le
presentazioni, fu subito chiaro che avrei collaborato anche con “Smoking”.
Tornato a Torino,
mi affrettai a inviare un articolo che fu pubblicato sul primo numero raggiungibile.
Da allora fino al
1989 la mia collaborazione fu costante, anche se non copiosa.
“Smoking” non ebbe
vita lunga: le leggi antifumo si erano fatte più rigorose, la pubblicità ai
prodotti da fumo fu vietata anche sulle riviste del settore.
Una rivista – si sa
– non può sopravvivere senza l’apporto degli inserzionisti, e “Smoking” fu
costretta a cessare le pubblicazioni.
Agli articoli si
affiancò, nel 1987, il libro Pipe da Collezione, pubblicato dalla casa editrice
L’Arciere di Cuneo, che coniugava la mia attività di fotografo con la mia
passione per la pipa e il suo mondo.
Una delle cose
interessanti del libro è il suo formato quadrato, che io chiesi e ottenni dall’editore
per consentire l’inserimento di fotografie tanto verticali quanto orizzontali, senza
sacrificarne le dimensioni e senza essere costretti a stampare su doppia
pagina, cosa che personalmente non sopporto perché “rompe” a metà l’immagine,
disturbandone la lettura.
Nel frattempo si
discuteva di nuove idee e di nuove prospettive.
Il ritrovarsi per
ciarlare di pipe Charatan o Dunhill, di tabacchi inglesi, italiani oppure
olandesi a me non bastava.
Né mi
soddisfacevano le gare di lento fumo, divertenti e folcloristiche ma niente di
più.
Mi sarebbe piaciuto
inventare qualcosa che sapesse far confluire nel mondo della pipa energie
intellettuali, ricerche, studi; che riuscisse a considerare il fenomeno pipa
nei suoi aspetti sociologici, antropologici, culturali.
Parlandone con
Cesare Lo Nardo l’idea si sviluppò e prese forma.
Nel marzo del 1979,
in occasione dell’annuale gara di lento fumo organizzata in concomitanza con la
Fiera di Genova, fu fondata l’Accademia Italiana della Pipa, con il duplice
scopo di promuovere studi e ricerche sulla pipa e di premiare ogni anno, con il
titolo di “accademico”, fumatori di pipa che si fossero distinti in vari ambiti
del sapere, della ricerca e della vita sociale.
Io fui nominato
segretario del sodalizio: avrei organizzato l’attività dell’Accademia, tenuto i
contatti fra i membri, promosso iniziative e convegni.
Negli anni furono
nominati accademici, tra gli altri, l’allenatore della Nazionale italiana di
calcio Enzo Bearzot, l’onorevole Oscar Mammì, il giornalista Giuseppe Bozzini,
il biologo Giuseppe Ramazzotti (autori, questi ultimi, di quei libri che
avevano rappresentato la fonte della mia formazione) e molti altri.
A ogni nuovo membro
veniva donato un piatto, decorato con il simbolo dell’Accademia e recante i
nomi degli accademici nominati nell’anno, nonché una pergamena e un medaglione in radica.
L’Accademia avrebbe
dovuto pubblicare anche degli Annali, recanti i contributi dei suoi membri.
Ne uscì un solo
numero, nel 1982, perché gli accademici (tanto i membri fondatori quanto quelli
nominati di anno in anno) non sembravano interessati più di tanto a
contribuire.
Dopo alcuni anni l’Accademia
si estinse. Gli interessi commerciali avevano prevalso su quelli culturali: al
mondo degli importatori e dei rivenditori interessava – com’era giusto – vendere.
Avevano visto nell’Accademia un’occasione per allargare i loro orizzonti
commerciali, e dal momento che ciò non era accaduto avevano perso interesse nei
suoi confronti.
Il primo piatto
commemorativo, che ancora conservo, riporta i nomi dei nove membri fondatori
dell’Accademia: Alberto Bonfiglioli (rivenditore e poi fabbricante di pipe egli
stesso); Giacomo Di Martino (presidente del Superba Pipa Club di Genova);
Cesare Lo Nardo (presidente del Pipa Club Italia); Aldo Pellissone (architetto
torinese, autore di libri sulla pipa); Adriano Daneri, rivenditore di pipe
genovese e organizzatore dell’annuale gara di lento fumo; il già citato Fausto
Fincato; Jean Marie Alberto Paronelli, importatore, distributore nonché
titolare del Museo della Pipa di Gavirate (a lui fu affidata la carica di rettore);
Giorgio Savinelli (un nome che – per chi fuma la pipa – non necessita di
presentazione), e infine il sottoscritto.
Verso la fine degli
anni Ottanta la moda della pipa incominciò a declinare.
Chi vi si era
dedicato soltanto per seguire una tendenza (talvolta senza avere mai imparato a
fumarla davvero) la abbandonò per tornare alle più pratiche e veloci sigarette.
In quanto a me,
continuo a fumare la pipa, anche se con minor frequenza di un tempo: la vita
frenetica che si è imposta come modello di comportamento in questi ultimi
decenni, il nostro modo di lavorare costantemente in emergenza, gli spostamenti
continui e sempre in ritardo non consentono quella concentrazione e quella
calma necessarie per caricare la pipa secondo le regole, accenderla, fumarla e
gustarne le variazioni di aroma a mano a mano che la fumata si avvia verso la
sua naturale conclusione.
Non fumo in casa
perché non mi piace l’odore di fumo stantìo che resta impregnato nelle stoffe e
negli arredi.
Per lo stesso
motivo (oltre che per ragioni di sicurezza) non fumo in auto.
Per cui le mie
pipate sono confinate alla stagione estiva, quando posso uscire a fumare sul
terrazzo, o ai periodi di vacanza.
Sto senza fumare
per mesi senza peraltro patirne. Quando proprio ho voglia di tabacco e il tempo
è poco accendo un mezzo toscano, sigaro per me preferibile anche agli avana più
pregiati (e pazienza se ciò farà inorridire i puristi).
Le cento e più pipe
in radica (senza contare quelle di schiuma) collezionate negli anni riposano in
una piccola angoliera.
Alcune di loro sono
intoccate da molto, molto tempo.
I miei tabacchi
preferiti rimangono le mixtures di buon corpo, come il Dunhill 965, il Balkan
di Gawith & Hoggarth o il Torina di Schürch, molto simile al rimpianto
Balkan Sobranie 759.
Nelle tabaccherie
italiane, almeno le più fornite, la scelta è ormai vasta e differenziata.
Ma talvolta non
rinuncio a una capatina in Svizzera, quasi un tuffo nel mio passato, alla
ricerca di marche sconosciute e nuovi sapori.